Giuseppe Oliva, il pittore dai toni blu e verdi, di paesaggi marini, di riflessi, dalle spatolate dense e nervose, espone a “Spoleto incontra Venezia”, la mostra inaugurata il 10 ottobre a Palazzo Giustinian di Venezia, organizzata da Salvo Nugnes e curata dal Prof. Vittorio Sgarbi. L’esposizione rimarrà allestita fino al giorno 31 ottobre; per l’occasione, presso la Milano Art Gallery, in Calle dei Cerchieri, sono presenti alcune opere del Maestro Gino de Dominicis.
Di seguito l’intervista al “pittore delle emozioni” Giuseppe Oliva:

1) Come nasce l’occasione per partecipare all’ importante mostra “Spoleto incontra Venezia”?
L’occasione, come ho già avuto modo di dire in altre interviste, nasce sicuramente dall’interesse che da qualche anno la Milano Art Gallery ha manifestato nei confronti della mia produzione artistica. In particolare, l’attenzione da parte del suo titolare Salvo Nugnes, che ha avuto, e continua ad avere, fiducia in me; attratto dai miei azzurri e dalle mie geometrie cromatiche. Proprio grazie a lui ho esposto le mie opere a Padova all’interno della Fiera internazionale dell’arte contemporanea, a Venezia, a Possagno e a Milano presso la sua Galleria, per cui non posso che ringraziarlo pubblicamente.

2) È la prima volta che espone a Venezia?
No, ho già partecipato all’edizione di questa mostra nel 2014 e nel luglio di quest’anno ad un’altra bellissima collettiva con Amanda Lear. È un bellissimo e graditissimo ritorno, riconoscendo inoltre Venezia quale prestigiosissima sede anche dal punto di vista artistico, il peso e l’importanza dell’evento.

3) Quali opere porta in mostra e da quale tematica sono ispirate?
Esporrò a 5 opere, e precisamente:
 Luci ed ombre del mattino
 Cromatismi materici
 Danza di riflessi
 Luci del mattino
 Oltre
Sono tutte opere realizzate a spatola, in cui fondamentale è la presenza del colore, ma soprattutto la materia ed il movimento con cui viene stesa sulla tela. Si tratta di una tecnica che è in grado di dare risalto al particolare che, di volta in volta, voglio mettere a fuoco.
La tematica, che ormai coltivo e su cui sto lavorando da tre anni, è sicuramente la ricerca dell’infinito, della molteplicità delle cose, che altro non sono che momenti, se non addirittura istanti della mia vita, da cui promanano le mie più profonde emozioni, condensate all’interno di una parte infinitesimale di quel tutto, e cioè di un particolare, come una sorta di ingrandimento portato all’esasperazione, nel tentativo di entrarvi dentro in modo sempre più prepotente, e riappropriarmi di quella realtà, che altro non è che la mia vita, il mio passato, i miei più intensi e significativi ricordi.
Parallelamente alla ricerca dell’infinito attraverso il “mio” particolare, ultimamente, ho cercato, anche di trasferire sulla tela il concetto della “realtà distorta”, per dare in prima battuta al sottoscritto ed immediatamente dopo, allo spettatore, la possibilità di andare “oltre”, di superare quella barriera, quel “muro” che, in alcuni casi, ci divide, alle volte in modo impercettibile, dalla realtà circostante, andare oltre per superare ogni ostacolo, andare oltre per conoscere meglio noi stessi e sicuramente gli altri.
Macrofotografie di riflessi che rappresentano un vero e proprio inno alla vita, e cioè un modo per scoprire meglio e in modo sempre più profondo la realtà in tutte le sue più variegate sfaccettature. Andare oltre, rimanendo però attaccati alla realtà, al proprio presente, consapevoli che ogni geometria cromatica, che la natura ci offre, altro non è che l’espressione poetica della nostra quotidianità, un modo per entrare sempre più prepotentemente dentro la realtà stessa e conoscerla sempre di più nei suoi meandri più reconditi: una trasfigurazione del reale che esalta la realtà.

1) Quale tecnica utilizza in prevalenza e perché?
Tutte le mie opere sono realizzate a spatola, una tecnica, che prediligo perché mi permette di trasferire sulla tela le mie più profonde emozioni, perché mi dà, meglio di qualsiasi altro strumento, la possibilità di interpretare nel migliore dei modi i miei stati d’animo, istanti della mia vita e dare maggiore risalto al colore ed alla materia attraverso l’energia ed il movimento della spatola, che più volte ho definito come il sismografo delle mie emozioni e dei miei ricordi.
Una tecnica che con la sua indubbia energia mi permette, per l’appunto, di dare concretezza alla mia arte pittorica, fatta essenzialmente di colore e materia, priva di ogni forma, proprio per cercare di fornire allo spettatore gli strumenti più adeguati per poter interagire con l’opera stessa, non soffermarsi all’esteriorità, ma entrarvi dentro, andare oltre e cercare di carpire non le mie emozioni, impresa impossibile, ma sicuramente le sue più intime e profonde emozioni, quali risultanza della sua vita e del suo passato.

2) Ci racconta la sua formazione e gli esordi nel mondo dell’arte?
Ciò che mi ha spinto a dipingere è stata essenzialmente la passione, che coltivo da tanto tempo, ma che soltanto negli ultimi anni si è sviluppata non come mezzo per riprodurre la realtà, ma come strumento per entrarvi dentro in modo sempre più netto e risoluto, al fine di riprodurre sulla tela le emozioni più recondite, superandola, per la mancanza di qualsiasi riferimento alla forma, ma nel contempo esaltandola sempre di più, invitando lo spettatore a fare altrettanto.
L’emozione più bella quando si dipinge è la gioia di rappresentare le proprie emozioni più profonde, le sensazioni della tua vita, cui ti senti maggiormente affezionato, da cui difficilmente ci si può separare, che fanno e faranno sempre parte, ed in ogni caso, del tuo essere e della tua vita. Il mare, gli azzurri, il celeste, il blu fanno parte del mio DNA, come informazioni cromatiche e sensazioni di momenti emozionali vissuti da siciliano davanti allo specchio di un mare sempre cangiante, minuto dopo minuto. Fantastico esempio di un divenire che proietta sempre e costantemente verso il futuro o verso la visione di un infinito che dà il senso della libertà e dell’ assoluta mancanza di ogni tipo di vincolo o costrizione, o il veleggiare delle nuvole, che danno il senso della vita che procede comunque, pur consapevoli di andare incontro a qualche temporale. Sensazioni che si accumulano e che, soltanto con il trascorrere del tempo, vengono fuori rievocando momenti della vita.
Più passa il tempo e sempre di più si sente l’esigenza di trasferire sulla tela queste emozioni, che non sono malinconici ricordi, ma vibrazioni. Si sente di dover esternare e condividere con gli altri, si ha voglia di porre lo spettatore nella condizione, non tanto di percepire ed elaborare le mie emozioni, impresa come ho già detto del tutto impossibile ed irrealizzabile, quanto piuttosto di interagire con l’opera e riesumare dal profondo le sue emozioni.
È questo desiderio che mi ha spinto e mi spinge tutt’oggi a dipingere, come una necessità recondita di raccontare questi attimi emozionali, nella speranza che l’opera nel suo complesso possa essere in grado di dare, di volta in volta, ad ogni osservatore la gioia di rivivere un momento o un attimo della sua vita, da cui inevitabilmente scaturiscono le sue emozioni che, altrettanto inevitabilmente, non potranno mai essere le mie.

3) Una riflessione di commento sul legame sinergico di connessione tra Spoleto e Venezia, creato da questa mostra.
Il legame creato dalle due mostre di Spoleto e Venezia è fantastico, una sorte di collante tra due città di grande storia, ma soprattutto depositarie di una secolare ed immensa cultura. Due città che rappresentano due poli culturali ineguagliabili e riconosciuti come tali da tutto il mondo; per cui, l’aver creato una continuità, una sorta di ipotetico ponte, che le unisce e le accomuna, è sicuramente un’iniziativa meravigliosa, oltre che estremamente meritoria, in quanto rafforza, ancora di più, questo legame e contribuisce a diffondere il loro messaggio culturale e a diffondere l’arte nella sua più ampia accezione.

4) C’è una frase simbolo del suo fare arte?
Di frasi simbolo ce ne sarebbero diverse, ma una in particolare oggi rappresenta la mia arte, “oltre” e cioè la voglia di superare ciò che rimane impresso sulla tela, sotto forma di un semplice “particolare”, quale ingrandimento del mio personale “universo” ed andare al di là di quel visibile, fatto di materia, colore e movimento e cercare di scoprire me stesso o semplicemente momenti particolari della mia vita, individuando così il mio personale “infinito”, che si manifesta davanti ai miei occhi, come il naturale palcoscenico in cui prendono corpo le mie più profonde emozioni.
A lavoro ultimato mi rendo immediatamente conto di essere riuscito, attraverso i colori, la materia e l’energia delle spatolate, a rappresentare sulla tela un pensiero, se non addirittura un vero e proprio concetto, e cioè quello di proporre la realtà attraverso la rappresentazione del mio “universo” ridotto ad un mero particolare, con l’intento di andare “oltre” per spingere in un momento immediatamente successivo l’osservatore a non fermarsi, stimolandolo a cercare qualcosa di nuovo e di diverso, a scrutare meglio e in modo più approfondito la realtà circostante. Non una frase, ma una semplice parola: “Oltre”, per me piena di grande significato e ricchezza, quale stimolo continuo e costante ad andare avanti per cercare di realizzare sempre nuovi obiettivi.

5) C’è un aneddoto particolare del suo percorso artistico?
Di aneddoti ne avrei diversi, ma uno in particolare mi rimarrà impresso nel cuore per tutta la vita. Nell’ultima mostra di Venezia, che ha chiuso i battenti il 31 agosto scorso, nei giorni immediatamente successivi all’ inaugurazione, entra un signore anziano distinto, ma nel contempo autorevole, presentatosi con grande discrezione, come un critico d’arte, mi prende sottobraccio e mi accompagna al centro della sala dove erano esposte le mie opere e, quasi teatralmente, fa una pausa, come a voler ripassare con lo sguardo tutte le opere e poi, rivolgendomi la parola, mi dice: “Le devo fare i miei complimenti, in tutti i suoi quadri si vede l’infinito anche se non c’è”. Emozionante, con una straordinaria capacità di sintesi questo signore, mostrando in quell’istante tutta la sua professionalità, è riuscito a riassumere e a condensare in quattro parole l’intera tematica della mia arte, cosa che avevo cercato di fare; come anche in questa intervista, ma non so con quali risultati.
“Si vede l’infinito anche se non c’è”. Io vedo il mio infinito nell’atto in cui realizzo l’opera , quale scenario da cui prendono corpo le mie più profonde emozioni, quale risultanza di sprazzi e momenti della mia vita. Lo spettatore vede l’infinito nel momento in cui osserva il quadro; sarà “il suo infinito” che non potrà mai essere il mio, quale cartina di tornasole della sua vita, del suo passato e delle personali emozioni.


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