Gli italiani guardano alla reputazione come uno dei fattori determinanti per identificare l’azienda ideale presso la quale lavorare: l’86% dei dipendenti utilizza, infatti, questo parametro, seppur con diversi livelli di importanza attribuita, per indirizzare le proprie decisioni quando la scelta è rimanere o cambiare azienda. È quanto emerge dal KGWI, l’indagine realizzata su 10mila lavoratori italiani da Kelly Services, multinazionale americana che si occupa di servizi per le risorse umane.


Dopo l’orientamento alla qualità, che ha portato alla grande diffusione di sistemi di certificazione come l’ISO, la nuova frontiera della gestione del valore intangibile di un’azienda è il reputation management. La gestione della reputazione aziendale rappresenta, infatti, un asset imprescindibile per garantire un profitto di lungo periodo, come dimostrato dal Dow Jones Sustainability Group Index – l’indice che analizza le prestazioni di 200 aziende promotrici di politiche di rispetto ambientale e sociale in 33 Paesi – che indica una variazione dal ‘93 al ‘99 di 270 punti per le aziende che hanno messo in atto politiche di CSR contro i 220 punti di media delle altre.
“Un aspetto poco esplorato, e che invece emerge in modo chiaro dai risultati del KGWI, è la relazione esistente tra reputazione aziendale e capacità attrattiva di un’azienda – dichiara Stefano Giorgetti, Direttore Generale di Kelly Services in Italia – Una delle strategie ancora poco utilizzate per vincere la sfida per attrarre i migliori talenti può dunque essere un maggiore impegno nel trasmettere efficacemente i singoli parametri che vanno a definire la reputazione aziendale non solo ai mercati ma anche ai dipendenti che sono i primi ambasciatori del valore aziendale. In questo senso, diventa importante il ruolo giocato dal management per definire strumenti e corsi formativi che coinvolgano i dipendenti in questo processo che, agendo sulla percezione e sulla stima verso l’impresa stessa, può di fatto contribuire attivamente a creare un clima migliore in ufficio con ricadute anche in termini di efficienza professionale”.
Mentre all’estero la reputazione evoca con una certa frequenza il concetto di CSR, in Italia, dove le politiche di responsabilità sociale d’impresa sono sposate principalmente da grandi multinazionali e dalle banche di credito corporativo, certamente meno diffuse delle PMI, la reputazione viene associata alla qualità dell’output prodotto (44%), al valore riconosciuto al management (24%), alla professionalità dei dipendenti (11%). In questo senso, quando secondo il KGWI il 68% degli italiani (18% molto e 40% abbastanza) giudica la propria azienda in grado di mantenere una condotta etica, bisogna pensare più ad un giudizio sul management che sulle politiche di corporate citizenship. Sempre secondo il sondaggio, il 21% dei lavoratori del Belpaese avrebbe visto salire, nel corso dell’ultimo anno, il senso di appartenenza alla propria azienda. Un trend che non può prescindere da una riflessione sulla crisi economica e sulla contrazione che il mercato del lavoro ha evidenziato sul piano dell’offerta.


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