Sabato 7 Marzo 2015, alle ore 18.00, presso lo Spazio Culturale “Milano Art Gallery” il professore Alberto D’Atanasio, docente di Storia dell’Arte e di Estetica dei Linguaggi Visivi presso l’Accademia di Belle Arti di Brescia “Santa Giulia”, parteciperà alla conferenza “Il dolore e la speranza” della nota attrice e scrittrice Dalila di Lazzaro, con l’organizzazione del manager Salvo Nugnes. Di seguito, l’interessante intervista fatta al Prof. D’Atanasio.

 

D: Ci è pervenuta la notizia sull’imminente conferenza, che la vedrà relatore accanto all’attrice e scrittrice Dalila Di Lazzaro nella conferenza a tema su “Il dolore e la speranza”. Come nasce l’opportunità di questa importante iniziativa?

R: Si vuole mettere l’arte intesa come scrittura e intesa anche come arte visiva. Alla conferenza corrisponde una mostra di opere d’arte, come mezzo per dar voce a chi della sofferenza non ha fatto una sorta di peso insostenibile, ma una leva per riscoprire la vita. Da qui il senso della speranza. Io mostrerò le opere d’arte, quelle presenti e quelle ormai celebrate dai testi di storia dell’arte, in cui si vede proprio il dolore, la sofferenza come scoperta, come trampolino per riscoprire appunto la vita  ed alcuni aspetti che altrimenti resterebbero nascosti.

 

D: È la prima volta che incontra Dalila Di Lazzaro? Se dovesse esprimere un commento su questa carismatica donna e professionista di grande successo e acclarata popolarità?

R: No, non è la prima volta che la incontro. È una donna che ha vissuto la sua vita di attrice, ha tentato senza molti compromessi sempre cosciente e consapevole della sua persona, ma soprattutto è una donna, una madre, che davanti alla tragedia, davanti a questo mistero grande che è la morte, ha fatto sì che ci fosse una risposta. Questa risposta è stata trovata nella religiosità, nella fede, la scoperta di un modo di vivere diverso da quello che era prima. È una donna che ha sofferto anche sul suo corpo, un corpo che Dalila Di Lazzaro mostra davvero come involucro, che contiene il pensiero e anche l’anima.

 

D: La tematica affrontata in conferenza è di notevole interesse e attualità e permette di spaziare su tanti ambiti differenti di pensieri e su molteplici riflessioni; nell’occasione la Di Lazzaro racconterà anche la sua personale vicenda legata al dolore; ci spiega la sua personale esperienza al riguardo e come concepisce questo importante argomento?

R: Io, come uomo e come docente di estetica dei linguaggi visivi, ho avuto modo di riscoprire un modo di vivere la vita. Ho fatto il fotoreporter di guerra in Bosnia, dove c’era la guerra tra Serbia, Bosnia e Croazia e ho visto come l’uomo può diventare strumento di dolore, strumento di morte e ci si rende conto lì, che l’uomo non può rispondere al dolore, alla morte e alla violenza, con atto di altra morte e altra violenza. C’è bisogno di conoscenza, c’è bisogno di scoprire dei valori e soprattutto c’è bisogno che le parole non siano parole e basta, ma diventino fatti. Così è cambiato anche il mio modo di insegnare, che è diventato più propositivo, è divenuto uno scoprire la storia dell’arte come mezzo per vedere un’immagine nuova, un’immagine più positiva dello studente, ma anche della persona intesa proprio come prosopon, come vaso, come contenitore dell’anima. Quindi studiare l’Arte o insegnare l’Estetica e la Storia dell’Arte diventa una sorta di percorso, per scoprire un’immagine che non è altro che un ponte tra l’involucro, la persona esteriore e la persona interiore. Questo è il mio ruolo. Così si può vedere una bella attrice con un bel corpo o una bella attrice che ha un bel corpo che, dietro di sé, cela qualcosa di molto più importante. Le immagini se no diventano “aria fritta”, che non serve a nulla.

 

D: Sappiamo che è un affermato docente e si dedica con grande passione all’insegnamento e che collabora anche di frequente con Vittorio Sgarbi, con cui ha stretto un rapporto di reciproca stima. Inoltre, ha contatti di assidua collaborazione con la prestigiosa associazione “Spoleto Arte” che organizza appuntamenti artistico-culturali di forte risonanza. Oltre ad insegnare, in quali altri settori e attività si orienta a livello artistico?

R: Dunque, io mi occupo essenzialmente di presentare opere d’arte di artisti contemporanei, anche se la mia vita gira intorno all’insegnamento. Sono docente di estetica dei linguaggi visivi e di storia dell’arte punto. Negli anni Ottanta, Vittorio Sgarbi è stato mio insegnante, con cui poi ho collaborato più volte e sto collaborando tutt’ora, ma soltanto per quello che è inerente alla storia dell’arte. Promoter Arte è l’associazione con cui collaboro, che permette agli artisti di avere la giusta visibilità e lo fa in maniera, secondo me, innovativa, perché non fa mai una mostra per la mostra in sé stessa, non fa fiere, bensì organizza delle esposizioni con dei temi precisi. Gli artisti si trovano coinvolti in un tema e fanno in qualche modo relazione con un fatto, con un episodio, che talvolta è accompagnato da un nome noto, da un personaggio illustre. In questo modo la mostra, l’evento, diviene vero e proprio centro e punto di sessione, che oggi secondo me ha un valore eccezionale. Io mi occupo di questo essenzialmente, di scrivere sull’arte e sull’introspezione attraverso la lettura dei simboli nell’arte.

 

D: Una sua breve definizione sul concetto di arte;

R: L’arte è tutto è niente. L’arte può essere un dipinto fatto con la mente e con il cuore, ma è anche arte, come diceva Van Gogh “uno zappatore che ad un certo punto si ferma, annusa il vento, guarda l’orizzonte e respira”. Quindi l’arte è come respirare, l’arte è sentirsi vivi oppure essere morti, ma avendo la consapevolezza di quel che si sente e quel che si prova. L’arte è consapevolezza di essere capaci di provare emozioni  essenzialmente questo.

 

D: C’è una corrente o un movimento artistico che preferisce e perché?

R: Io ho una formazione classica quindi diciamo che tutta l’arte antica mi appartiene. Ultimamente mi sto avvicinando molto all’arte dei preraffaelliti, perché sono riusciti a fondere, meglio che altri, la poesia e la letteratura.

 

D: Come vede la sinergia con l’attesissimo Expo e il mondo dell’arte? Da spoletino come pensa, che si possa valorizzare al meglio la partecipazione della Regione Umbria a questo evento di portata mondiale?

R: Come dicevo prima bisogna trovare delle sinergie per fare in modo che l’Expo non sia soltanto una buona occasione per svincolare un tema importantissimo, impegnare grossi materiali economici. Expo deve essere in primis per far sì che le idee diventino fatti. Si può veramente riflettere e far sì che certi temi diventino proposta, anche perché è una questione cara all’uomo come abitante del pianeta Terra. Come spoletino penso che si possa, come ha proposto il manager Salvo Nugnes di Promoter Arte, collaborare portando un’opera d’arte antica proveniente dai musei spoletini ad Expo. Questo fa sì che ci sia un collegamento fra la storia, fra la memoria. Dalla storia dell’arte al presente e quindi al futuro. E’ il seme, il succo, l’essenza di quella sinergia che dicevo appunto prima.

 

D: Una riflessione a commento sul concetto di Arteterapia; anche l’arte usata per finalitaà terapeutiche può essere di efficace supporto per superare il dolore?

R: L’arte è innanzitutto l’anima, la voce dell’interiore. Per esperienza personale e per come hanno deciso alcuni studi, persone che da pazienti si sono messi in relazione con questa metodologia, hanno compreso che l’arte possa diventare medicina, terapia e, a volte, vera e propria guarigione. Da sola può far poco, ma insieme a chi può condurre anche in maniera sanitaria certe metodologie può far davvero molto. L’arte è voce dell’anima e quindi anche ponte e veicolo per arrivare ad essa.

 

D: Come si può educare all’arte e inculcare nelle nuove generazioni il rispetto per l’enorme patrimonio storico artistico e culturale del nostro Paese, affinché imparino a tutelarlo e salvaguardarlo al meglio?

R: Qui ci vorrebbe un simposio, una conferenza che duri settimane. Nel nostro Paese purtroppo non c’è la cultura della conservazione e del restauro delle opere d’arte, non c’è una mentalità che possa pensare che attraverso l’arte si possa conservare il documento, il reperto, le analisi e le memorie della storia. Non c’è la possibilità politica di pensare che la storia dell’arte, e quindi il tornare ad amare l’opera d’arte e il patrimonio, possa diventare una scintilla che anima in maniera positiva le nuove generazioni. Altrimenti non si sarebbero tolte le ore di storia dell’arte in alcuni istituti. È incredibile, assurdo e criminale quello che sta accadendo in Italia, soprattutto per come la classe politica fino ad adesso ha considerato l’istruzione non come una risorsa e come una fonte di speranza, ma come un peso a cui apportare tagli. La stessa cosa vale con la storia dell’arte. C’è bisogno di tornare a far s’ che nelle scuole si studi questa materia, per amare e avere memoria della propria patria, per avere un senso di appartenenza, è così che ci sentiremo più italiani e anche quindi più europei. Non si può pensare che la nuova generazione cresca senza la conoscenza del patrimonio, perché è parte di tutti. Non e possibile che i musei siano soltanto oggetto di svago: i musei devono essere il centro in cui gravita l’azione della crescita umana. Purtroppo l’arte è vista soltanto come cosa estrosa, in genere, creata da estrosi, è anche questo ma è ben altra cosa. Non è possibile che alcuni siti storici e archeologici come il Colosseo o Pompei, siano trattati come sono trattati. Io soffro, per esempio nel sapere che un Cézanne è stato venduto a dei privati degli Emirati Arabi. Questo significa che l’umanità intera è stata privata di un bene che poteva essere visto, analizzato. Bisogna, tramite la storia dell’arte, tornare al centro dell’aneddoto, del racconto, invece ci si parla sempre meno, ci si racconta sempre meno.


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