In occasione della mostra personale “Il fiore dell’arte” del Maestro Toni Zarpellon, in esposizione dal 10 al 27 aprile 2015 presso la storica Milano Art Gallery di via Alessi, 11, a Milano, con l’organizzazione del manager della cultura Salvo Nugnes, presidente dell’Associazione “Spoleto Arte”, abbiamo intervistato il noto artista bassanese. Dalla nuova personale in arrivo al suo modo di fare arte, dalle sue fonti ispiratrici alla nascita del rapporto che lo lega al patron fondatore di Diesel, Renzo Rosso: di seguito l’intervista al maestro.

 

D: Maestro Zarpellon, abbiamo avuto notizia della Sua mostra personale, che sta per essere inaugurata presso lo storico spazio milanese della Milano Art Gallery; come nasce l’occasione per questa esposizione di prestigio?

R: Conosco Salvo Nugnes da qualche anno e con lui avevamo già organizzato una mostra presso la Milano Art Gallery in via Alessi. La personale era legata a lavori di una collezione privata e in quell’occasione esponevo dei nudi, degli animali e molti autoritratti. Per questa esposizione abbiamo pensato assieme di mostrare solo uno degli aspetti della realtà, ovvero i fiori in questo caso. Cos’è la realtà? La realtà per me è una costruzione mentale, per la quale mi sto interrogando rispetto al tipo di rapporto che ci sia tra la mia mente, cioè la mia struttura mentale, e quanto mi circonda. Ho vissuto  per anni fuori dalla realtà, che mi ha permesso poi una lenta rinascita, per riscoprire questo stupore di fronte a quanto mi circonda. Alla fine è semplicemente la ricerca della propria identità: una volta individuata questa centralità mentale-fisica, viene emanata una forte energia per ridare un senso al fatto di appartenere alla realtà e al mondo.

 

D: Quale tematica ha scelto per i Suoi quadri esposti in questa mostra?

R: Sono tutti disegni, soprattutto realizzati con carboni e matite colorate. A me preme molto il disegno, c’è un rapporto mano-cervello: il fatto di tracciare segni permette una riflessione continua su quel tipo di ricerca che dicevo prima. Ho bisogno di un lavoro fisico, di stabilire un rapporto concreto col fare, perché, in questo modo, questa energia mentale si visualizza sul piano del foglio di carta, in questo caso. È dunque una riflessione anche sul concetto di tempo e di spazio, che è sempre riconducibile a questa ritrovata centralità mentale e fisica. È un percorso molto lungo, che dura ormai da cinquant’anni, perché io vengo dalle esperienze della crocifissione degli anni Sessanta, poi le larve, poi la testa che esplode. Esco in mezzo alla natura per arrivare poi alle cave di Rubbio, nelle quali lavoro da 25 anni e che ormai continuano a essere frequentate da oltre 400mila persone. È stato una sorta di mutamento antropologico, uscire dalla crisi, una visione del mondo legata a questo modello consumistico che mi sembra stia in qualche modo alienando le menti umane in una sorta di sospensione metafisica. Il problema era quello di abbattere questo muro di impedimenti, questo bombardamento a cui siamo sottoposti, soprattutto dai ritmi artificiali della tecnologia, per ritrovare un rapporto primario con la realtà, a partire dal nostro corpo e dalla nostra mente, al fine di far evolvere questa energia, per ristabilire un circuito e dare un senso magari al caffelatte che ci prendiamo la mattina. Cominciare cioè da capo.

 

D: Quale tecnica di lavorazione predilige?

R: In tutti questi anni a partire dagli anni ‘60 fino ad oggi è chiaro che le tecniche si sono evolute in rapporto all’idea da esprimere, per cui, per esempio, dopo aver lavorato con degli smalti colorati sui legni in rilievo, poi i pastelli dei primi anni ‘70, ho ripreso con l’olio su tela, le tempere su carta e le matite colorate su carta, perché ogni idea ha bisogno di una tecnica appropriata per essere espressa. Alle cave di Rubbio ho dipinto sui massi di pietra, poi nella cava abitata ho usato dei vecchi serbatoi di auto, in metallo, che diventano forme umane e animali.

 

D: Quali sono le sue principali fonti ispiratrici?

R: Abbiamo tutti dei padri, io ho sempre amato l’origine della civiltà, dove c’è un’essenzialità della forma, dove sono evitati gli aspetti decorativi oppure la superficialità che purtroppo oggi i mass media ci trasmettono. Ho sempre amato quei pittori e quell’arte che tendevano a un rapporto anche aspro con la realtà, primario, non primitivo. Ho studiato le maschere nere al museo dell’Arma a Parigi, ho amato molto e amo tuttora Masaccio e Caravaggio, pittori che sono sempre stati in qualche modo anche rivoluzionari, andando contro a un gusto corrente, anemico, esangue, come purtroppo mi sembra stia oggi succedendo.

 

D: Sappiamo, che tra i suoi convinti estimatori c’è anche il noto imprenditore Renzo Rosso, patron fondatore dell’azienda Diesel; ci racconta come è nato questo rapporto, che poi negli anni si è trasformato anche in solida amicizia?

R: È una storia molto lunga. È stato un rapporto casuale, io cercavo uno spazio in silenzio, in mezzo alla natura, perché il mio studio purtroppo ha i camion sotto le finestre, per cui sento un sacco di rumore. C’era una casetta abbandonata nelle colline di San Benedetto, a San Floriano, i proprietari erano i signori Pozzobon di Bassano e allora ho chiesto se era possibile avere quello spazio abbandonato per metterlo apposto, stare in silenzio e sentire i rumori della natura. Loro hanno subito messo il casolare a mia disposizione. I proprietari hanno successivamente venduto lo stabile a Renzo Rosso, che mi ha permetto di continuare. E da lì è nato casualmente questo rapporto di amicizia e comunicazione. Inoltre, lui conosce bene le cave di Rubbio. Insomma è diventato un rapporto silenzioso di presenza reciproca, senza tanto disturbarci. Penso che lui sia proprio una persona molto corretta.

 

D: Come vede il connubio tra arte ed Expo, in previsione dell’imminente inaugurazione della grande esposizione internazionale, che darà molta importanza anche al comparto dell’arte?

R: Molti editori mi hanno chiesto di partecipare alla stampa di volumi in occasione dell’Expo, io ho detto di no. Mi sembra sia diventato un sistema che ormai gira anche a vuoto tra l’altro, che non significa non collaborare. L’arte ha una sua autonomia di ricerca, non sempre è convinta con cose che poi vanno a prendere sempre una mondanità priva di senso, dove tutto si brucia sull’andare di una giornata e poi c’è il silenzio. Io mi muovo con una certa autonomia se posso, senza essere coinvolto in situazioni molto fumose, questa è la mia posizione. Io ho reagito a questo sistema dell’arte andando su a Rubbio e dipingendo le cave, che mi stanno dando un grande salario, che è quello della comunicazione sociale. Purtroppo le gallerie sono in crisi. Quindi, io mi chiedo: che cosa significa oggi l’arte, in un sistema che tutto brucia sull’altare massmediatico, dove  viene meno il rapporto concreto con la vita? L’arte è il linguaggio che ci permette di comunicare col mondo, con i simili, con l’altro, sennò diventa narcisismo, diventa mistificazione, diventa quello che è il vuoto, che purtroppo corrisponde al vuoto sociale che stiamo vivendo in questo periodo storico. Sono domande che comunque sono nell’aria e a cui io sto cercando di dare qualche risposta con i miei strumenti, con la mia arte.

 

D: Quali consigli/suggerimenti potrebbe dare alle nuove generazioni di aspiranti artisti?

R: Cominciate a fare la punta alla matita con umiltà. Questa la mia risposta. Perché tra installazioni, tra arte povera, arte ricca e concettuale, ormai mi sembra sia qualcosa che ha perso il senso e allora tutto è in funzione di questo sistema dell’arte, che sta ingannando un sacco di ragazzi, che vengono buttati via dopo essere stati usati.

 

D: Un commento di riflessione sul concetto di arteterapia e sulla funzione benefica e terapeutica dell’arte in generale?

R: Io dico che l’arte, parlo per mia esperienza personale, è una forma di conoscenza di sé e del mondo, è una forma di risposta al fatto di esserci, la mia identità, chi sono io, che cos’è la realtà. Credo che ogni artista sia tale per una questione di necessità interiore, quindi diventa anche una forma di introspezione, per dare una risposta a quelle che sono le domande di sempre: cosa sono il tempo, lo spazio, la realtà? Alla fine è anche un modo per rendere visibile un mondo che è dentro la nostra mente, che altrimenti non sarebbe conoscibile senza renderlo visibile mediante gli strumenti dell’arte. Certo, piuttosto che la gente vada a drogarsi, che prenda in mano la matita e che disegni, questo si. Ma l’artista non è questo, l’artista è uno che non ha scelto l’ignoranza, l’artista deve essere consapevole di quello che fa, perché sennò…tutto è arte. Se tutto è arte, però, niente è più arte. Ma questi sono interrogativi che dovrebbero porsi anche i critici, che a volte in maniera troppo facile sostengono cose che poi sono i primi anche a negare, dopo averle esaltate tra l’altro. Mi perdoni la mia polemica, sarebbero discorsi molto lunghi!

 


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