1) Professoressa Gottarelli, abbiamo avuto notizia del successo del vernissage della sua mostra, presentata dal critico vittorio sgarbi; quando e come è avvenuto il suo approccio al mondo dell’arte?

Io posso dire di aver iniziato il mio percorso nel mondo dell’arte fin dalla tenera infanzia, precisamente a 4 anni e mezzo. Non sapevo ancora ne leggere ne scrivere ed ero totalmente autodidatta. In famiglia, mi avevano dato il soprannome in dialetto romagnolo di “scaraboc” che significa scarabocchio, perché disegnavo sempre e ovunque. Qualcuno di autorevole si è accorto di questo mio talento e da lì ho iniziato ad esporre in giro;

2) dove ha fatto la sua prima mostra?

La mia prima mostra, è stata a Imola, la mia città natale, tramite l’intervento di Anacleto Margotti;

3) E successivamente, è entrata anche in contatto con il rinomato gallerista dell’epoca Carlo Cardazzo, grande esperto in materia?

Esattamente. Cardazzo ha avuto il sentore del mio talento e mi ha fatto fare mostre importanti in tutta Italia. Avevo tra i 5 e 9 anni. Due presso le sua galleria milanese dei Navigli e una presso l’altra sua galleria del Cavallino. Poi a seguire Venezia, Roma, Torino, Trieste e altre grandi città italiane; erano gli anni cinquanta.

5) Ma vendeva le opere in esposizione?

Assolutamente sì. Venivano sempre vendute tutte quante, quasi non ci stavo dietro nel realizzarle e ricevevo sempre tanti complimenti ed elogi d’apprezzamento; ho mantenuto per lungo tempo l’intera mia famiglia, con il ricavato delle vendite.

6) È vero, che in un primo momento gli adulti non credevano a questo suo virtuosismo innato?

Erano increduli e anche dubbiosi e sospettosi, non credevano che fosse tutto frutto della mia vena creativa. Così hanno organizzato un esame di prova e di verifica speciale, un test di controllo. Avevo cinque anni e sono stata portata dentro l’accademia di belle arti a Bologna. Mi hanno messo dentro la stanza di autonomia e ricordo quei momento come tragici, essendo molto impaurita dalla presenza di tavoli con sopra corpi e scheletri. Terrorizzata non riuscivo neanche ad alzare lo sguardo, così ho dipinto ciò che avevo subito davanti agli occhi, cioè la mia scatola di gessetti colorati.

7) Ha un ricordo su Cardazzo, che ha influito molto sul suo inizio di carriera?

Da bambina quale ero, il mondo degli adulti era per me molto misterioso. Lo ricordo come un uomo dalla corporatura robusta. Con me, è sempre stato molto gentile e non mi dava alcuna suggestione stargli accanto.

8) È vero, che appartiene a una famiglia di artisti?

Sì, mio padre era Tonino Gottarelli, pittore, che però ha iniziato la carriera dopo di me, precisamente con dieci anni di distanza da me, nel 1960. Invece la mia pro zia, sorella da parte del nonno paterno, si chiamava Maria Gottarelli ed è stata poetessa e scrittrice, dedicandosi soprattutto alla stesura di libri per bambini. Posso dire di provenire da una famiglia appassionata e cultrice dell’arte e della cultura in generale.

9) Il suo rapporto con il padre, come è stato?

Mio padre, era docente e ha scelto di non mandarmi alla scuola elementare. Periodicamente, venivano a casa i carabinieri, che venivano prontamente rassicurati, dicendo che ci pensava lui a insegnarmi. In realtà, ho imparato a scrivere da sola. Successivamente, quando i miei si sono separati avevo 9 anni. Sono stata mandata a vivere in collegio a Modena e ho frequentato il Liceo Artistico Ludovico Venturi sempre a Modena.

10) Un commento sul concetto d’arte e sull’essere artista?

L’arte è stata il centro della mia vita fino ai nove anni e lo è adesso, in età matura. In questo lasso di tempo, c’è stato un intervallo dove se dipingevo, lo facevo unicamente per me. Ho attraversato una fase di cosiddetto “buco nero” artistico perché all’epoca io facevo figurativo e invece imperversavano l’informale e l’astrattismo, in stile Burri e Pollock. Adesso ho ripreso il mio percorso con grande spontaneità e libertà espressiva. L’arte, è la mia vita.

11) Cosa si propone di fare con la sua arte?

Innanzitutto voglio recuperare le radici culturali, che considero valori inestimabili, fondamentali e imprescindibili, derivanti dalla Grecia, da Roma e dal Rinascimento. poi, voglio poter esprimere ciò che penso senza condizionamenti, senza filtri. Io non ho orari quando lavoro e lo faccio soltanto quando la mia anima, ha prodotto un pensiero che può tradursi in immagine. Ho sempre fatto solo ciò che amavo e intendo continuare a farlo.

12) Quanto è importante per lei l’uso del disegno a penna?

Io amo il disegno e lo colloco sempre sopra ogni cosa. vorrei citare una frase molto significativa, pronunciata da David Hokney, alla quale sento di allinearmi totalmente “Per imparare la pittura, occorrono 30 giorni. Per imparare il disegno, forse non bastano 30 anni”. il disegno per me ha valore massimo e assoluto e la penna, mi permette la miglior resa. Considero il colore con una fruizione emotiva più superficiale, rispetto al disegno, che è riflessione. Bisogna saper vedere e non solo guardare. vedere, è una condizione dell’anima e il colore, è indice di pensieri e di interrogativi. E io, con i miei disegni, vorrei proprio riuscire a suscitarli e stimolarli negli spettatori.


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