Il matrimonio tra le aziende italiane e la loro pubblicità su Google non sa “d’affare”: quasi il 70% di loro sperpera risorse per promuoversi sul web, senza però ottenere dei ritorni economici proporzionali agli investimenti. E forse, nemmeno se ne rende conto.

È questo il risultato sorprendente della ricerca pubblicata lo scorso giugno “Come si presentano le società di servizi ai potenziali clienti sul web”: è stata condotta da Mirco Di Porzio e Christian Vianello, entrambi professionisti del settore ed esperti di marketing.

Il rapporto SSM 2016, la Società di Servizi sui Motori di Ricerca, ha analizzato i siti internet di società operanti in 48 settori merceologici, che aprono la prima pagina di Google e vantano nel complesso 320 mila visite ogni anno.

Oggi moltissime aziende effettuano investimenti pubblicitari su internet guadagnando molta visibilità, ma ciò non basta per incrementare il business. Infatti le aziende non curano efficacemente la propria comunicazione online, concentrandosi nell’obiettivo di catturare visite, piuttosto che in quello più proficuo di trasformare il proprio sito in un reale strumento di vendita.

Solo il 17% delle società mostra un titolo che illustri ai clienti potenziali i benefici offerti e gli elementi che le distinguono dai competitors; sono ancora di meno (6%) quelle che invitano il cliente a lasciare i propri dati di contatto per non perderlo.

Eppure importanti ricerche internazionali, tra cui la prestigiosa Stanford Web Credibility Research, hanno chiaramente messo in luce tutti gli elementi imprescindibili per essere credibili dinanzi ai clienti: di essi, sul 67% dei siti analizzati non c’è alcuna traccia.

Siti da visitare necessariamente tramite computer, visto che il 37% di essi non è nemmeno prediposto per la navigazione su tablet e mobile.
Internet è ancora “materia oscura” per le aziende del Belpaese, prive di strategie comunicative efficaci e mirate, in grado di trasformare i visitatori in clienti.

I test di Nielsen hanno già messo in luce che ogni utente trascorre mediamente su una pagina web 10 secondi; lo studio di Weibull ha invece ricordato che la probabilità di abbandono di un sito raggiunge il suo apice nei primi 10 secondi, portando così a concludere che gli utenti sono ormai abituati a rapportarsi con siti ritenuti poco interessanti e che dopo pochi istanti preferiscono passare oltre.

Proprio per questo, i primi 10 secondi sono cruciali e vanno sfruttati al meglio, magari come suggerisce la ricerca, inserendo nella fascia superiore della schermata informazioni utili come i dati di contatto, il telefono ed un messaggio accattivante che li trattenga sulla pagina.

Purtroppo solo il 26% del campione le mette in evidenza: il numero di telefono è mostrato dal 25% dei siti, la mail di contatto dal 7%, l’indirizzo dal 4% e l’orario di apertura da un misero 1%.

Su internet la concorrenza è particolarmente agguerrita e pertanto è importante che il sito mostri un titolo chiaro e accattivante per attirare l’attenzione dei navigatori, visto che sarà la prima cosa ad apparire dinanzi ai loro occhi quando effettueranno una ricerca.
Anche qui, lo scenario promette male: solo il 17% del campione ha elaborato un titolo con queste caratteristiche, in grado di esprimere chiaramente i “plus” dell’azienda ed i suoi fattori di vantaggio competitivo.

Neanche sul versante della credibilità le cose vanno meglio, dato che solo il 29% delle società analizzate si presenta come dovrebbe, cioè attraverso foto di dipendenti e collaboratori (19%), piuttosto che attrezzature e locali (12%).

Il 67% dei siti aziendali pecca quanto a credibilità e professionalità: solo il 3% pubblica sul sito i loghi dei media che se ne sono interessati, il 7% quelli delle certificazioni professionali ottenute, il 4% quelli delle associazioni partner, il 6% il logo dei clienti, il 7% le recensioni ricevute e infine il 12% il portfolio dei lavori.

La percezione della credibilità delle aziende su internet è direttamente proporzionale a quanto si dimostrano moderne e aggiornate.
Opportunità sfumata, visto che solo il 13% aggiorna le notizie del sito.

Poiché l’investimento pubblicitario è ingente, tanto che sfora il tetto del milione di euro annui, non si può dare la colpa di questa situazione alla mancanza di risorse, altrimenti il dato sarebbe contraddittorio. Piuttosto è chiaro che siano le stesse aziende italiane ad avere una scarsa capacità di adattamento alle nuove condizioni di mercato dove internet ha un ruolo di primo piano.

Il campione di siti aziendali esaminato conta su un numero elevato di visite, garantito dall’invidiabile posizione nei motori di ricerca e dagli investimenti pubblicitari, ma sono quasi nulli gli sforzi di ottenere i dati dei visitatori (Lead Generation) per poterli successivamente ricontattare (Followup).

Lead Generation e Followup sono invece fattori strategici della comunicazione d’impresa online, perché solo il 3% dei potenziali clienti è pronto per l’acquisto immediato, il 41% è indeciso, mentre ben il 56% non lo è affatto. A ciò si aggiunge l’aggravante, che il 63% degli interessati non acquisterà nulla per almeno 3 mesi e il 20% per oltre un anno.

L’intero campione trascura persino le newsletter: solo il 3% dei siti le presenta; inoltre appena il 7% di questi offre qualcosa per incentivare i clienti a rilasciare i propri dati personali (per esempio uno sconto). In quest’ultimo caso, solo il 50% invia una mail nei giorni successivi per ricordare di usufruire dell’offerta.

Anche in caso di iscrizione alla newsletter, nessuna azienda del campione si è preoccupata di inviare una mail per presentarsi al cliente o, ancora meglio, per fissare un appuntamento.

E pensare che aveva il cliente in pugno, e forse anche un’ottima vendita per ripagare tutti gli sforzi, dietro l’angolo.

E’ possibile scaricare la ricerca completa cliccando su questo link: Ricerca


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