L’economia di mercato è un processo di “distruzione creativa”:  è l’innovazione il motore di questo processo.
Il processo non è solo creativo, ma comporta anche un considerevole grado di distruzione.
Mano a mano che lo sviluppo di un’economia di mercato procede ciò causa inevitabilmente un’immensa varietà di cambiamenti in determinati ambiti di domanda e offerta e, pertanto,  non solo profitti, ma anche perdite.
Ovviamente chi perde trae consolazione dall’idea che lo sconvolgimento, se non il crollo, della sua posizione economica per mano di produttori più competitivi costituisce il nucleo essenziale di un processo in virtù del quale l’intera società diviene ricca.
Il destino di costoro ha sempre attirato l’attenzione delle legioni di avversari del sistema di mercato, al quale attribuiscono la responsabilità di tanti naufragi.
Un’economia di mercato è un sistema di profitti e di perdite.
I profitti segnalano la desiderabilità di spostare risorse vero nuovi impieghi; le perdite segnalano la desiderabilità di rimuovere risorse dai loro impieghi correnti.
Per quanto riguarda i perdenti, si è comunemente ritenuto che il rimedio al loro poco desiderabile destino non consista nell’effettuare i necessari accomodamenti nel miglior modo possibile, bensì di avvalersi della forza per ostacolare i concorrenti presenti nel mercato.
È bene osservare che tutti i tentativi di alleviare tali colpi hanno anche l’effetto di occultare o distorcere i messaggi inviati dal processo di mercato. Lenire le sofferenze allevia i colpi, questo è vero, ma al tempo stesso rallenta il processo in virtù del quale viene creata la ricchezza e introduce provvedimenti rovinosi.
Nel corso degli ultimi due secoli il dibattito tra paladini e nemici del mercato è infuriato senza che se ne possa discernere una possibile conclusione. Oggigiorno, tuttavia, i secondi pretendono sempre più di rado il completo abbandono del mercato, preferendo intrusioni più o meno grandi dello Stato nelle sue istituzioni fondamentali.
Il sistema deve quindi sopportare non solo la frustrazione e l’impoverimento relativo di una processione di perdenti (spesso solo temporaneamente) nel processo di distruzione creativa, ma deve anche venire alle prese con la frustrazione e l’impoverimento relativo di tutti, con l’eccezione dei pochi fortunati che approfittano delle risorse che lo Stato indirizza a loro beneficio.
Cosa dobbiamo dire, allora, della distruzione creativa? La principale conclusione deve necessariamente essere che, per quanto penosa possa essere per chi deve fare i laceranti cambiamenti richiesti dal progresso tecnologico e dal mutare della struttura dell’economia, si tratta di un dolore che svolge un ruolo essenziale nel motivare la riallocazione delle risorse e altri adattamenti.
È triste constatare che in Occidente gli individui si sono sempre più allontanati dal sistema economico la cui creatività ne riscatta gli aspetti negativi e si sono invece rivolti a sistemi segnati dall’irrazionalità economica, dallo spreco di risorse, dalla tirannide della burocrazia e, in definitiva, dall’impoverimento delle masse.
Forse i grandi progressi economici che si sono avuti in Asia, dove negli ultimi decenni al mercato è stato dato più spazio, serviranno da lezione ai popoli dell’Occidente.

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