Il passaggio dal sistema pensionistico retributivo a quello contributivo è sempre stato un tema dibattuto. Dal ’95, anno in cui la riforma entrò in vigore, opinioni più o meno catastrofiste si sono inseguite sui giornali e nel dibattito politico.
Ma i veri effetti della riforma hanno cominciato a manifestarsi solo in questi anni, trascorso il tempo necessario affinché maturassero delle pensioni liquidate esclusivamente sulla base del sistema contributivo.
I primi casi, e più eclatanti come si vede di seguito, sono quelli delle pensioni di invalidità, di inabilità e di reversibilità. Sono circa 51 mila i casi censiti. Si tratta spesso di giovani pensionati, che per motivi vari non sono in grado più di lavorare o si trovano a fronteggiare situazioni di straordinaria necessità. Questi giovani pensionati, per effetto del meccanismo contributivo, si trovano a percepire una pensione media di circa 150 € al mese, ben sotto la soglia di povertà.
La cosa ha naturalmente attirato l’attenzione di molte associazioni e sindacati di categoria, tra cui la FAP (Federazione Anziani e Pensionati) che ha deciso di dar voce a questo incredibile disagio e promotore di una proposta di legge per sanare quella che definiscono un’ingiustizia sociale, oltre che una violazione dei diritti costituzionali di questi cittadini. La FAP, ramo sindacale delle ACLI, ha presentato la Legge, ha prodotto una campagna (visibile qui) sui Social, e ha deciso di spendersi per questi giovani pensionati. In Presidente ACLI Gianni Bottalico, in un’intervista concessa alla rubrica del tg3 Fuori Tg (Guarda intervista) ha illustrato i casi di alcuni giovani pensionati che si trovano in questa situazione.
Se una pensione di invalidità (come quelle di inabilità o reversibilità) viene infatti liquidata sulla base del sistema contributivo, essa non beneficia di alcuna integrazione al minimo livello  percepibile, come avveniva per il sistema retributivo, ma viene semplicemente liquidata sulla base dei contributi, quali che essi siano. È il caso di Maria, parrucchiera di 41 anni con 5 anni di contributi da artigiano e percepisce un assegno di 52,67 € mensili dopo aver visto ridursi la sua capacità lavorativa ad un terzo del normale per motivi di salute. Oppure quello di Luca, 55 anni, lavoratore con 12 anni di contributi che in seguito ad una gravissima malattia che gli impedisce di proseguire nel suo lavoro si è visto riconoscere una pensione di 192,17 € mensili dall’INPS. E si potrebbe continuare, secondo le parole del Presidente Bottalico, con molti altri casi di lavoratori inabili, invalidi o sopravvissuti al coniuge che di fatto non percepiscono una pensione sufficiente a vivere. Sono proprio loro i protagonisti della campagna di sensibilizzazione “E se piove”, promossa da FAP a sostegno della proposta di legge. Forzatamente testimonial di una situazione di disagio. Sempre dalle parole del Presidente Bottalico arriva la semplicissima sintesi della proposta di legge: Introdurre l’integrazione minima per quelle pensioni che non arrivano a 7.000 € l’anno (14.000 nel caso di figli a carico) per portare questi individui ad una condizione di dignità vitale. “L’integrazione non risolverebbe del tutto il problema – prosegue Bottalico – Ma darebbe sicuramente un segnale e migliorerebbe di molto la situazione di persone che si trovano spesso in situazioni di straordinaria necessità”
(le pensioni di invalidità, inabilità o reversibilità vengono percepite da persone che hanno avuto malattie tali da provocare una capacità di lavorativa ridotta a meno di un terzo o l’inabilità assoluta o hanno perso il coniuge, magari prematuramente e con un figlio a carico ndr).

In questa opera di presentazione della legge però anche protagonisti i territori, il Segretario Nazionale della Fap Zilio ha ricordato infatti come siano già stati organizzati alcuni incontri per sensibilizzare le autorità locali e i parlamentari su quella che è stata definita un’ autentica emergenza sociale che riguarda le pensioni.

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