Andrea Casalini,socio e CEO di Eataly Net, con una lunga esperienza manageriale internazionale alle spalle, affronta un tema costantemente al centro delle indagini giornalistiche: la fuga di cervelli dall’Italia.

La fuga dei cervelli non è un problema in una società globalizzata

Mentre ci si interroga su quali siano le ragioni che abbiano condotto l’Italia a questo grave stato di decadenza economica, sociale e politica, il Paese continua a vivere con malcelata impotenza il fenomeno della ‘’Fuga dei Cervelli’’. L’esodo di eccellenze che scelgono di spostarsi altrove per poter sfruttare competenze inesprimibili all’interno dei confini del Bel Paese, infatti, è solo uno dei numerosi problemi che affliggono la nostra nazione.
Volendo esaminare in modo piu’ attento il problema, però, è possibile desumere che la fuga di cervelli altro non è se non un fatto normale e piu’ che comprensibile in una società globalizzata come quella contemporanea; anzi, studiando nel dettaglio i dati dei tassi di emigrazione che riguardano gli altri Paesi del mondo, ci si può rendere conto di quanto il fenomeno in Italia sia in linea con la media europea.

L’esportazione di cervelli come risorsa

A dirla tutta, l’esportazione dei nostri talenti all’estero può rappresentare per lo Stato una vera e propria risorsa. Chi nasce, cresce e studia in Italia e si trasferisce all’estero per la carriera, guarderà con particolare attenzione al proprio paese nel caso in cui riuscisse a diventare influencer o decision maker di investimenti internazionali. Senza contare che un manager italiano potrebbe favorire accordi commerciali con le nostre aziende. Infine, qualora uno degli italiani che ha trovato fortuna all’estero dovesse, a un certo punto della sua vita lavorativa, desiderare di tornare nella sua terra natia, potrà contare su una formazione professionale capace di portare valore aggiunto al Paese, favorendone lo sviluppo e dettandone l’evoluzione.

In Italia arrivano pochi cervelli, ecco il vero problema
Il problema, dunque, non è la “Fuga di Cervelli”, ma il saldo migratorio: uno dei tratti caratteristici delle società industrializzate è la forte differenza tra il numero di immigrati ed il numero di emigrati; in Italia la forbice tra questi due valori si è assai assottigliata ed allo stesso tempo, pur non riscontrandosi un’emorragia di eccellenze (che la descrizione del fenomeno, invece, pare suggerire), rimane sotto le reali esigenze il numero di ingressi “eccellenti”.

Non basta favorire il rientro degli italiani, occorre attrarre alte professionalità

Quanto abbiamo detto fino a questo momento, dunque, chiarisce in modo ampio come non si possa ritenere sufficiente approntare politiche che favoriscano solo il ritorno dei ricercatori italiani. Questo tipo di interventi, infatti, produce effetti troppo particolareggiati, che inevitabilmente non si tramutano in veri e propri impulsi del cambiamento. Bisognerebbe seguire l’esempio delle altre potenze economiche e predisporre misure specifiche per attrarre imprenditori, manager e professionisti con qualifiche di alto livello.

Come attraiamo cervelli in Italia?

Nel nostro Paese, quasi tutte le iniziative finalizzate all’attrazione sono destinate alle piccole e micro imprese, non riuscendo per tale carattere ad incidere significativamente sull’incremento dei livelli occupazionali. Negli altri paesi (per esempio USA, Canada, Regno Unito e Australia) il sistema di richiamo è concepito differentemente, poggiando su solide politiche di immigrazione.
Per un rilancio economico servono politiche di sviluppo che siano in grado di generare realmente quell’attrazione di cui abbiamo parlato fino a questo momento. Attrarre in Italia, per paradosso, non dovrebbe essere difficile. Basta osservare il bello che ci circonda, ciò per cui siamo famosi nel mondo… tutti quegli elementi di attrazione naturale, che poi sono gli stessi che ci inorgogliscono come italiani.

Tutti gli approfondimenti nel post di Andrea Casalini: www.andreacasalini.com/fuga-rientro-cervelli-italia/


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